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Home page > Speciali > Carnevale > Maschere di carnevale #1
Speciale Carnevale 2008


Maschere di carnevale
 

 

Fin dalla preistoria maschere colorate e costumi adornati di piume e sonagli erano utilizzati dagli stregoni, per assumere aspetti terrificanti durante riti magici e propiziatori atti a scacciare gli spiriti maligni.


Le maschere di carnevale

Fin dalla preistoria maschere colorate e costumi adornati di piume e sonagli erano utilizzati dagli stregoni, per assumere aspetti terrificanti durante riti magici e propiziatori atti a scacciare gli spiriti maligni.

L'uso della maschera che ride era legato alla credenza che la risata, anche se non reale, allontanasse gli spiriti maligni e che con il volto coperto l'uomo, non più legato alla propria umanità, potesse lasciarsi andare ad atti e comportamenti solitamente inusuali o mal tollerati.

Nel mondo romano, dove si svolgevano feste in onore degli dei, possiamo più propriamente ritrovare le origini del nostro Carnevale.
Nell'antica Roma i festeggiamenti in onore di Bacco, detti Baccanali, si svolgevano lungo le strade della città e prevedevano già l'uso di maschere, tra fiumi di vino e manifestazioni danzanti

Ci sono due tipi di maschere: quelle facciali che nascondono il volto e quelle a elmo che nascondono completamente la testa. C'e' stato un momento in cui la maschera la portavano tutti. La maschera nel 1800 la si usava nei balli e nei festeggiamenti di carnevale. Cinquecento anni fa gli attori della commedia dell' arte crearono le maschere personaggio, dal servo sciocco e dall' intrigante nacquero maschere come Arlecchino e Brighella.

In teatro mantennero a lungo questa caratteristica, finché il declino della Commedia dell' Arte li allontanò pian piano dai palcoscenici per limitare la loro presenza nei teatri dei burattini e nelle sfilate di carnevale.


Pulcinella
Figura buffa e goffa; un gran naso, mascherina nera, gobba, cappello a punta, camiciotto e pantaloni bianchi. E' una delle maschere italiane più popolari. Probabilmente originario di Napoli: anche il suo nome sembra che derivi dal napoletano "polece" (pulce). E' una figura essenzialmente popolare. Impertinente, pazzerello, chiacchierone, è la personificazione del dolce far niente. Le sue più grandi aspirazioni sono il mangiare e bere. Pur essendo spesso fatto oggetto di pesanti bastonate, egli riesce simpatico anche ai potenti che prende in giro e inganna con amabile furbizia. Pulcinella si adatta a fare di tutto oltre al servo; eccolo di volta in volta, fornaio, oste, contadino, mercante, ladruncolo e ciarlatano, che ritto su uno sgabello di legno, in uno spiazzo fra i vicoli di Napoli, cerca di smerciare i suoi intrugli "miracolosi" a quanti gli stanno attorno a naso ritto, richiamati dalla sua voce chioccia e dai suoi larghi gesti delle braccia. Credulone, litigioso, arguto, un po' goffo nel camminare, Pulcinella é in continuo movimento, sempre pronto a tramare qualche imbroglio o a fare dispetti. Ha anche un carattere mattacchione e, quando qualcosa gli va per il verso giusto, esplode in una danza fatta di vivaci e rapidi saltelli, di sberleffi e di smorfie gustosissime a vedersi. Una cosa però che non riesce mai ad imparare é a starsene zitto quando dovrebbe e proprio per questo é rimasta famosa l'espressione "é un segreto di Pulcinella" per dire di qualcosa che tutti sanno. Ma anche questo fa parte del carattere napoletano di Pulcinella: combattere, con spirito allegro e generoso, contro tutte le avversità e le durezze che si presentano nella vita di tutti i giorni.

Arlecchino
Originario di Bergamo, rappresentò nel teatro del 1550 la maschera del servo apparentemente sciocco, ma in realtà dotato di molto buon senso. Ghiotto, sempre pieno di debiti ed opportunista, rappresenta il simbolo di colui che si adatta a qualunque situazione ed è disposto a servire chiunque, pur di ricavarne dei vantaggi. Alle sue prime apparizioni indossava un abito bianco, che divenne poi di tutti i colori a forza di rattopparlo. Alla cintura porta infilato il "batocio" (bastone) e la "scarsela" (borsa), sempre vuota. Sul viso una mezza maschera nera e sulla testa un grande cappello. Fra le maschere italiane é certamente la più conosciuta e popolare. E' anche una delle più antiche, perché le sue origini si possono rintracciare nella figura del "diavolo burlone" delle favole medioevali e in seguito nel "buffone" delle compagnie di comici girovaghi alle corti principesche o fra i saltimbanchi e gli acrobati nelle fiere e nei mercati dei sobborghi, sempre affollati di gente in cerca di divertimento. Nativo di Bergamo bassa, parla nel dialetto di quella terra, ma poi lo muterà in quello veneto, più dolce ed aggraziato. Il suo vestito era dapprima tutto bianco, come quello di Pulcinella, suo degno compare. Col tempo a furia di rattoppi con pezzi di stoffa di ogni genere, é diventato quello che oggi tutti conosciamo; un variopinto abito composto da un corto giubbetto e da un paio di pantaloni attillati, entrambi a losanghe e triangoli di tutti i colori. Arlecchino ha un carattere stravagante e scapestrato. Ne combina di tutte, inventa imbrogli e burle a spese dei padroni avidi e taccagni dei quali é a servizio, ma non gliene va bene una. Intendiamoci Arlecchino non é uno stupido; magari è un ingenuo, talvolta forse un po' sciocco, ma ricco di fantasia e immaginazione. In quanto a lavorare nemmeno a parlarne; fra Arlecchino ed il lavoro c'é una profonda incompatibilità. Però fa lavorare la lingua e molto. I suoi lazzi, le sue battute, le sue ingenue spiritosaggini, fanno ridere a crepapelle tutti quanti. Quando poi non sa come cavarsi da un impaccio o a liberarsi da un guaio, Arlecchino diventa un abile maestro nel far funzionare le gambe; capriole, piroette e salti acrobatici. Vivace, scanzonato, pieno di brio e di trovate, Arlecchino è la più simpatica fra tutte le maschere italiane. Ancora oggi, dai palcoscenici dei teatri o nel mezzo di una festa di Carnevale, incanta e diverte il pubblico dei bambini e dei non più bambini.

Pantalone
Pantalone è chiamato il Magnifico ed è un ricco mercante che in passato ha accumulato una fortuna con i traffici ed il commercio e che ora con un po' più di anni addosso, amministra i suoi averi con una tale parsimonia che, qualcuno non a torto, scambia per spilorceria. Egli é avaro e diffida di tutto e tutti; pettegolo com'é, si perde in chiacchiere inutili e banali. Solo con le donne é gentile e galante: allora fa inchini, sussurra paroline dolci e si comporta come un vero dongiovanni, anche se ormai non ha più l'età. Spesso, proprio per queste sue smanie di corteggiatore da strapazzo, si invischia in pasticci così intricati che ne esce a fatica, sacrificando magari quella borsa che ha attaccata alla cintura ed alla quale tiene tanto. Crede solo nel denaro e nel commercio: autoritario e bizzarro è però facilmente raggirato dalla moglie e dalle figlie. La maschera di Pantalone, nonostante le sue impennate ed i suoi borbottii, è quella di un personaggio bonario e pieno di umanità. Nata a metà del secolo XVI, quella di Pantalone é una fra le maschere più antiche della commedia dell'arte. Essa é una maschera tipicamente veneziana e si esprime sempre nel dialetto di Venezia. La maschera di Pantalone ha incontrato molta fortuna nel pubblico che vi riconosce i suoi pregi e i suoi difetti. Il suo vestito è ben conosciuto: giubbetto rosso stretto alla cintura, calzoni e calze attillate, uno zimarrone nero sulle spalle, scarpettine gialle con la punta all'insù.

Il Biscegliese
La fortuna di questa maschera napoletana, che gli studiosi di teatro considerano come una varietà meridionale del carattere di Pantalone, deriva da un caso difficilmente spiegabile: l’accento di Bisceglie, con una cantilena leggermente lamentosa, desta alle orecchie dei napoletani una irrefrenabile ilarità. Per interi secoli è bastato che sui manifesti degli spettacoli apparisse lo striscione « con Pancrazio, il Bisceqliese » per assicurare il tutto esaurito.
Giunto a Napoli, capitale del reame, per sbrigare alcune sue faccende, Pancrazio resta sbalordito dalla vita della grande città, dal suo lusso, dai costumi assai meno castigati che in Puglia, e si sfoga ad ogni passo con esclamazioni di meraviglia e ingenui commenti che denunciano, comica mente, i limiti del suo cervello e delle sue esperienze: « Da noi non c’è tanto fracasso, da noi non si pigliano tante gomitate: da noi c’è il vantaggio che si conosce tutti. Appena posso, torno subito al mio paese, lontano dai vostri tumulti, dalle vostre pulci, dai vostri lazzaroni, dalle vostre donne di strada ». In più di un caso, il commento del Biscegliese alla vita della capitale non è affatto irragionevole: sarebbe, anzi, un discorso serio se non ci fosse di mezzo quell’accento. Come Pantalone a Venezia, Pancrazio rappresenta diversi tipi della vita provinciale: talora è mercante, altra volta è borghese di cospicua fortuna, in qualche caso contadino arricchito, ma nel fondo del suo carattere c’è sempre l’avarizia e quella credulità che lo espone ai tiri birboni. Abitualmente, appare vestito di velluto nero con berretto e maniche in rosso, e calze rosse: immancabilmente, data l’età avanzata, po con sè il bastone, al cui pomo si appoggia, piegato dalla ridda delle meraviglie della grande città e probabilmente anche da una inconfessata stanchezza.

Gianduia
La più importante maschera piemontese è nata nel 1798. Gianduja è un galantuomo allegro, con buon senso e coraggio che ama il buon vino e la buona tavola; è il personaggio popolare simpaticamente presente in tante manifestazioni torinesi con la faccia rubizza, vestito con brache di fustagno, in testa un tricorno con un codino rivolto all'insù, sulla cui punta spicca un nastrino rosso. Questa maschera, prediletta dai piemontesi, deve il nome a una precauzione politica: fino al 1802, infatti, l’avevano chiamata Gerolamo, ma quell’anno, ai primi del nuovo secolo, i comici pensarono bene di ribattezzarlo per evitare che si potesse scorgere allusione al nome di Gerolamo Bonaparte, parente dell’imperatore. Fu per questa ragione che i proprietari del teatrino milanese « Gerolamo », dove tuttora si tengono gli spettacoli di marionette, preferirono sospendere le rappresentazioni ed emigrare altrove.

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