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Le maschere di carnevale
Fin dalla preistoria maschere colorate
e costumi adornati di piume e sonagli erano utilizzati dagli
stregoni, per assumere aspetti terrificanti durante riti
magici e propiziatori atti a scacciare gli spiriti maligni.
L'uso della maschera che ride era
legato alla credenza che la risata, anche se non reale,
allontanasse gli spiriti maligni e che con il volto coperto
l'uomo, non più legato alla propria umanità,
potesse lasciarsi andare ad atti e comportamenti solitamente
inusuali o mal tollerati.
Nel mondo romano, dove si svolgevano feste in onore degli
dei, possiamo più propriamente ritrovare le origini
del nostro Carnevale.
Nell'antica Roma i festeggiamenti in onore di Bacco, detti
Baccanali, si svolgevano lungo le strade della città
e prevedevano già l'uso di maschere, tra fiumi di
vino e manifestazioni danzanti
Ci sono due tipi di maschere: quelle
facciali che nascondono il volto e quelle a elmo che nascondono
completamente la testa. C'e' stato un momento in cui la
maschera la portavano tutti. La maschera nel 1800 la si
usava nei balli e nei festeggiamenti di carnevale. Cinquecento
anni fa gli attori della commedia dell' arte crearono le
maschere personaggio, dal servo sciocco e dall' intrigante
nacquero maschere come Arlecchino e Brighella.
In teatro mantennero a lungo questa
caratteristica, finché il declino della Commedia
dell' Arte li allontanò pian piano dai palcoscenici
per limitare la loro presenza nei teatri dei burattini e
nelle sfilate di carnevale.
Pulcinella
Figura buffa e goffa; un gran naso,
mascherina nera, gobba, cappello a punta, camiciotto e pantaloni
bianchi. E' una delle maschere italiane più popolari.
Probabilmente originario di Napoli: anche il suo nome sembra
che derivi dal napoletano "polece" (pulce). E'
una figura essenzialmente popolare. Impertinente, pazzerello,
chiacchierone, è la personificazione del dolce far
niente. Le sue più grandi aspirazioni sono il mangiare
e bere. Pur essendo spesso fatto oggetto di pesanti bastonate,
egli riesce simpatico anche ai potenti che prende in giro
e inganna con amabile furbizia. Pulcinella si adatta a fare
di tutto oltre al servo; eccolo di volta in volta, fornaio,
oste, contadino, mercante, ladruncolo e ciarlatano, che
ritto su uno sgabello di legno, in uno spiazzo fra i vicoli
di Napoli, cerca di smerciare i suoi intrugli "miracolosi"
a quanti gli stanno attorno a naso ritto, richiamati dalla
sua voce chioccia e dai suoi larghi gesti delle braccia.
Credulone, litigioso, arguto, un po' goffo nel camminare,
Pulcinella é in continuo movimento, sempre pronto
a tramare qualche imbroglio o a fare dispetti. Ha anche
un carattere mattacchione e, quando qualcosa gli va per
il verso giusto, esplode in una danza fatta di vivaci e
rapidi saltelli, di sberleffi e di smorfie gustosissime
a vedersi. Una cosa però che non riesce mai ad imparare
é a starsene zitto quando dovrebbe e proprio per
questo é rimasta famosa l'espressione "é
un segreto di Pulcinella" per dire di qualcosa che
tutti sanno. Ma anche questo fa parte del carattere napoletano
di Pulcinella: combattere, con spirito allegro e generoso,
contro tutte le avversità e le durezze che si presentano
nella vita di tutti i giorni.
Arlecchino
Originario di Bergamo, rappresentò
nel teatro del 1550 la maschera del servo apparentemente
sciocco, ma in realtà dotato di molto buon senso.
Ghiotto, sempre pieno di debiti
ed opportunista, rappresenta il simbolo di colui che si
adatta a qualunque situazione ed è disposto a servire
chiunque, pur di ricavarne dei vantaggi. Alle
sue prime apparizioni indossava un abito bianco, che divenne
poi di tutti i colori a forza di rattopparlo. Alla cintura
porta infilato il "batocio" (bastone) e la "scarsela"
(borsa), sempre vuota. Sul viso una mezza maschera nera
e sulla testa un grande cappello. Fra
le maschere italiane é certamente la più conosciuta
e popolare. E' anche una delle più antiche, perché
le sue origini si possono rintracciare nella figura del
"diavolo burlone" delle favole medioevali e in
seguito nel "buffone" delle compagnie di comici
girovaghi alle corti principesche o fra i saltimbanchi e
gli acrobati nelle fiere e nei mercati dei sobborghi, sempre
affollati di gente in cerca di divertimento. Nativo di Bergamo
bassa, parla nel dialetto di quella terra, ma poi lo muterà
in quello veneto, più dolce ed aggraziato. Il suo
vestito era dapprima tutto bianco, come quello di Pulcinella,
suo degno compare. Col tempo a furia di rattoppi con pezzi
di stoffa di ogni genere, é diventato quello che
oggi tutti conosciamo; un variopinto abito composto da un
corto giubbetto e da un paio di pantaloni attillati, entrambi
a losanghe e triangoli di tutti i colori. Arlecchino ha
un carattere stravagante e scapestrato. Ne combina di tutte,
inventa imbrogli e burle a spese dei padroni avidi e taccagni
dei quali é a servizio, ma non gliene va bene una.
Intendiamoci Arlecchino non é uno stupido; magari
è un ingenuo, talvolta forse un po' sciocco, ma ricco
di fantasia e immaginazione. In quanto a lavorare nemmeno
a parlarne; fra Arlecchino ed il lavoro c'é una profonda
incompatibilità. Però fa lavorare la lingua
e molto. I suoi lazzi, le sue battute, le sue ingenue spiritosaggini,
fanno ridere a crepapelle tutti quanti. Quando poi non sa
come cavarsi da un impaccio o a liberarsi da un guaio, Arlecchino
diventa un abile maestro nel far funzionare le gambe; capriole,
piroette e salti acrobatici. Vivace, scanzonato, pieno di
brio e di trovate, Arlecchino è la più simpatica
fra tutte le maschere italiane. Ancora oggi, dai palcoscenici
dei teatri o nel mezzo di una festa di Carnevale, incanta
e diverte il pubblico dei bambini e dei non più bambini.
Pantalone
Pantalone è chiamato il Magnifico
ed è un ricco mercante che in passato ha accumulato
una fortuna con i traffici ed il commercio e che ora con
un po' più di anni addosso, amministra i suoi averi
con una tale parsimonia che, qualcuno non a torto, scambia
per spilorceria. Egli é avaro e diffida di tutto
e tutti; pettegolo com'é, si perde in chiacchiere
inutili e banali. Solo con le donne é gentile e galante:
allora fa inchini, sussurra paroline dolci e si comporta
come un vero dongiovanni, anche se ormai non ha più
l'età. Spesso, proprio per queste sue smanie di corteggiatore
da strapazzo, si invischia in pasticci così intricati
che ne esce a fatica, sacrificando magari quella borsa che
ha attaccata alla cintura ed alla quale tiene tanto. Crede
solo nel denaro e nel commercio: autoritario e bizzarro
è però facilmente raggirato dalla moglie e
dalle figlie. La maschera di Pantalone, nonostante le sue
impennate ed i suoi borbottii, è quella di un personaggio
bonario e pieno di umanità. Nata a metà del
secolo XVI, quella di Pantalone é una fra le maschere
più antiche della commedia dell'arte. Essa é
una maschera tipicamente veneziana e si esprime sempre nel
dialetto di Venezia. La maschera di Pantalone ha incontrato
molta fortuna nel pubblico che vi riconosce i suoi pregi
e i suoi difetti. Il suo vestito è ben conosciuto:
giubbetto rosso stretto alla cintura, calzoni e calze attillate,
uno zimarrone nero sulle spalle, scarpettine gialle con
la punta all'insù.
Il
Biscegliese
La fortuna di questa maschera napoletana,
che gli studiosi di teatro considerano come una varietà
meridionale del carattere di Pantalone, deriva da un caso
difficilmente spiegabile: l’accento di Bisceglie, con una
cantilena leggermente lamentosa, desta alle orecchie dei
napoletani una irrefrenabile ilarità. Per interi
secoli è bastato che sui manifesti degli spettacoli
apparisse lo striscione « con Pancrazio, il Bisceqliese
» per assicurare il tutto esaurito.
Giunto a Napoli, capitale del reame, per sbrigare alcune
sue faccende, Pancrazio resta sbalordito dalla vita della
grande città, dal suo lusso, dai costumi assai meno
castigati che in Puglia, e si sfoga ad ogni passo con esclamazioni
di meraviglia e ingenui commenti che denunciano, comica
mente, i limiti del suo cervello e delle sue esperienze:
« Da noi non c’è tanto fracasso, da noi non
si pigliano tante gomitate: da noi c’è il vantaggio
che si conosce tutti. Appena posso, torno subito al mio
paese, lontano dai vostri tumulti, dalle vostre pulci, dai
vostri lazzaroni, dalle vostre donne di strada ».
In più di un caso, il commento del Biscegliese alla
vita della capitale non è affatto irragionevole:
sarebbe, anzi, un discorso serio se non ci fosse di mezzo
quell’accento. Come Pantalone a Venezia, Pancrazio rappresenta
diversi tipi della vita provinciale: talora è mercante,
altra volta è borghese di cospicua fortuna, in qualche
caso contadino arricchito, ma nel fondo del suo carattere
c’è sempre l’avarizia e quella credulità che
lo espone ai tiri birboni. Abitualmente, appare vestito
di velluto nero con berretto e maniche in rosso, e calze
rosse: immancabilmente, data l’età avanzata, po con
sè il bastone, al cui pomo si appoggia, piegato dalla
ridda delle meraviglie della grande città e probabilmente
anche da una inconfessata stanchezza.
Gianduia
La più importante maschera
piemontese è nata nel 1798. Gianduja è un
galantuomo allegro, con buon senso e coraggio che ama il
buon vino e la buona tavola; è il personaggio popolare
simpaticamente presente in tante manifestazioni torinesi
con la faccia rubizza, vestito con brache di fustagno, in
testa un tricorno con un codino rivolto all'insù,
sulla cui punta spicca un nastrino rosso. Questa maschera,
prediletta dai piemontesi, deve il nome a una precauzione
politica: fino al 1802, infatti, l’avevano chiamata Gerolamo,
ma quell’anno, ai primi del nuovo secolo, i comici pensarono
bene di ribattezzarlo per evitare che si potesse scorgere
allusione al nome di Gerolamo Bonaparte, parente dell’imperatore.
Fu per questa ragione che i proprietari del teatrino milanese
« Gerolamo », dove tuttora si tengono gli spettacoli
di marionette, preferirono sospendere le rappresentazioni
ed emigrare altrove.

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